Anni 80. Nasce il venture capital, in USA e Italia

Ecco un reperto catturato dalla sala riunioni di Elserino Piol. “Giornate Olivetti”. Il primo convegno sul venture capital, a Milano.

Nel 1983 davanti all’establishment industriale e sociale presentano: Elserino Piol, Jody Vender, Carlo De Benedetti, Bruno Visentini e vari stranieri rilevanti tra cui la superstar del venture capital: Don Valentine, fondatore di Sequoia Capital la più importante società di venture capital al mondo (andate a vedere la lista infinita di società che oggi tutti conosciamo e utilizziamo da loro finanziate, è semplicemente impressionante).

A partire dagli anni ’80 Olivetti ha iniziato a investire in startup tecnologiche seguendo fondamentalmente tre criteri:

  • la validità dell’idea imprenditoriale e delle competenze tecnologiche; indipendentemente dal fatto che l’investimento sia vantaggioso e coerente con le strategie dell’investitore;
  • ampia libertà di manovra all’impresa finanziata, senza pretendere di integrarla nella struttura del gruppo;
  • la ripartizione del rischio: ovvero non acquisire quote maggioritarie e puntare a creare un portafoglio articolato.

Su questi cardini ancora oggi si fonda il venture capital moderno. Nulla è cambiato se non una cosa. A quel tempo non esistevano i fondi di venture capital: uno dei primi negli USA fu appunto Sequoia e uno dei primi in Europa fu poi Pino Partecipazioni, ovvero Piol (per chi non lo sapesso Pino gioca con il tema arboricolo come Sequoia, ma la realtà è che sta per Pi-ol + No-vick i due fondatori).

La pratica del venture capital è nata essenzialmente nel mondo corporate, anche se adesso quando si parla di corporate venture capitale le logiche sono abbastanza diverse (non troppo) rispetto ai tre cardini utilizzati da Olivetti.

Tra il 1980 e il 1995 Olivetti effettuò in USA 63 operazioni di venture capital, investendo $138.7 milioni , per poi incassarne dalle exit $313.3 milioni. Quindi il venture capital ha fatto guadagnare a Olivetti un sacco di soldi (tra queste la storica operazione in cui rivendettero a Steve Jobs Power Computing), ma nel percorso Olivetti acquisì anche l’accesso a tecnologie, mercati, talenti e accordi chiave molto importanti.

Questa storia è molto ben raccontata nel libro di Elserino Piol “Il sogno di un’impresa”, edito da Il Sole 24Ore nel 2004.


Cosa sarebbe successo se nel 1980 fosse partito un movimento startup, corporates e venture in Italia? Oggi competeremmo sulla tecnologia digitale e oltre con Israele, USA e Cina. Dopo aver pubblicato il libro sono emerse altre storie assimilabili a quelle raccontate in “Italia nella rete”. La più clamorosa di tutte la storia di Ferruzzi, Gardini e della chimica Italiana.

Per voi startupper, se volete passare una bella oretta per conoscere Don Valentine. Ecco una sua lecture a Stanford.

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